Nel giorno del Mercoledì delle Ceneri, lo scorso 5 marzo, l’arcivescovo Redaelli ha celebrato la Santa messa nella chiesa Cattedrale di Gorizia. Riportiamo qui di seguito la sua omelia.
Anche quest’anno il Signore ci dà la grazia di vivere la Quaresima. La grazia! Perché è proprio una grazia, un dono, un tempo favorevole, una possibilità di conversione e di riconciliazione. «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» scrive Paolo ai Corinti e li esorta – un’esortazione che vale anche per noi -: «lasciatevi riconciliare con Dio» e ancora: «vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio».
Ogni anno viviamo la Quaresima, come ogni anno viviamo il Natale, la Pasqua e tutte le feste dell’anno liturgico. La bellezza di questo scorrere del tempo ritmato dalla liturgia è costituita dal fatto che ogni 12 mesi riviviamo il mistero della salvezza nel suo svolgersi dall’Avvento alla festa di Cristo Re, ma che questo avviene non per una stanca e sempre uguale ripetizione bensì sempre in maniera diversa e nuova. Certamente il mistero della salvezza è sempre lo stesso: il Figlio di Dio non rinasce fisicamente ogni Natale e Gesù non muore e non risorge ogni Pasqua. In questo senso non si dà un nuovo mistero e la salvezza è quella definitiva della Pasqua di 2000 anni fa. Ma noi, l’umanità e il mondo siamo sempre diversi ogni anno e di conseguenza anche la grazia di Dio che vuole sempre più inserirci in quel mistero di amore e di salvezza non può che essere sempre nuova e diversa.
Dobbiamo quindi cogliere in questo inizio di Quaresima quale sia la grazia che il Signore pensa per ciascuno di noi, per le nostre comunità, per la Chiesa, per l’umanità e il mondo oggi, in quest’anno 2025. Diventa allora un impegno importante per ciascuno di noi, nel cominciare il cammino quaresimale, chiederci quale sia questa grazia per me, ma anche per la mia comunità, per la Chiesa, per l’umanità e per il mondo. Che cosa ha in mente il Signore in questa Quaresima per ciascuno di noi e per ogni nostra realtà?
Per aiutarci a rispondere a questa domanda vorrei soffermarmi solo su un fatto che caratterizza la Quaresima di quest’anno e quindi anche la grazia che il Signore ha pensato per noi in questo tempo. Si tratta della circostanza che questa Quaresima è dentro un anno santo. Non è così tutti gli anni, è qualcosa che non succede molte volte nella vita di un credente e perciò esige molta attenzione e disponibilità. Nel messaggio per la Quaresima di quest’anno, papa Francesco, cui va tutto il nostro affetto e il nostro impegno di preghiera in questi giorni così difficili per lui, ha ripreso un tema tipico di questo Giubileo: la speranza. Lo ha intitolato “Camminiamo insieme nella speranza” e ha voluto spiegare ognuna di queste parole con molta concretezza ed efficacia: camminare come pellegrini; non da soli ma insieme; nella speranza di una promessa.
Da parte mia vorrei limitarmi a riprendere un elemento tipico di ogni Anno santo e che oggi è più difficilmente compreso, anche se – a mio parere – può offrire un percorso molto significativo per il nostro cammino di conversione quaresimale. Si tratta dell’indulgenza. Riprendo dal catechismo la sua definizione: «L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi» (n. 1471). Una definizione non facile da capire anche a causa di un linguaggio molto tecnico.
Trascurando altri aspetti, vorrei soffermarmi sull’elemento più difficile da comprendere in questa descrizione che è quello della “pena temporale”. A prima vista potrebbe sembrare come qualcosa che sminuisca la misericordia di Dio: ti assolvo dai tuoi peccati, ma ti resta una pena da scontare! E meno male che con l’indulgenza del giubileo questa pena verrebbe azzerata… Non è proprio così: se fosse vero, ci troveremmo di fronte a un Dio giudice che sa conteggiare bene la pena che ci spetta e, nostro malgrado pur avendoci perdonati, la applica con rigore. Sappiamo invece che Dio è un Padre che ci ama, è il Figlio che ha dato la sua vita per noi sulla croce (e lo contempleremo alla fine della Quaresima), è lo Spirito che rinnova i nostri cuori. Come comprendere allora la pena e quindi l’indulgenza?
Mi servo di un paragone che mi auguro sia chiaro. Se per esempio mi ferisco a una gamba, se la ferita è curata la gamba guarisce, ma resta una cicatrice, più o meno visibile, nel punto dove i tessuti si sono lacerati. Lo stesso vale per la vita spirituale: se la ferisco con il peccato, può certo guarire con il perdono di Dio, ma resta comunque una cicatrice. Essa può consistere nel rimorso eccessivo per quello che è stato fatto o non fatto, in una particolare fragilità in un determinato ambito della vita morale, in un’amarezza che rende meno serena la vita, in ricordi che turbano e portano ansia. Appunto una cicatrice “spirituale” più o meno evidente a seconda della gravità del peccato, ossia della lacerazione dei miei rapporti con Dio, con me stesso e con gli altri. Non è facile cancellare questa cicatrice o comunque renderla sempre meno visibile e sensibile. Ci vuole tempo e pazienza, anche perché spesso rischiamo di riaprire di nuovo la ferita con i nostri peccati.
L’indulgenza che cos’è? Verrebbe da dire, utilizzando il nostro paragone, che è una specie di unguento che tenta di far sparire il segno della ferita o addirittura è come un intervento di chirurgia plastica per cancellare del tutto i segni della ferita. Da che cosa è costituito questo unguento? Da un particolare accesso al tesoro dell’amore di Dio e di quello vissuto dai santi e dalle sante di Dio con cui siamo in comunione. È questo amore l’unguento che ci guarisce profondamente.
Questo avviene in modo automatico? Basta cioè qualche pratica tipo il pellegrinaggio, il passare una porta santa, il fare delle preghiere, il compiere un gesto di carità, ecc. perché il tutto funzioni? Se fosse così, la cosa non sarebbe rispettosa della nostra libertà e della nostra responsabilità. Come ogni grazia anche l’indulgenza, questo attingere in modo straordinario al tesoro d’amore di Dio e dei santi che ci vuole guarire dalle conseguenze del peccato, è efficace solo se accolta.
Che cosa siamo chiamati a fare, allora, in questa Quaresima di un anno santo? Direi tre azioni. Anzitutto vivere con più intensità e gioia il sacramento della riconciliazione come perdono che ci viene donato dal Signore (ho detto con intensità e gioia, ossia non con superficialità, ma nemmeno con ansia e timore).
La seconda: prendere coscienza delle nostre cicatrici, dei segni che il peccato ha lasciato sul nostro cuore. Li ricordavo prima: amarezze, fragilità, rimorsi, opacità, ecc., ma aggiungo anche quelli legati al rapporto con le altre persone soprattutto per situazioni non più di tensione, ma non del tutto risolte e rimaste in sospeso in una zona grigia che toglie serenità.
La terza azione: vivere le occasioni che l’anno santo ci offre per ricevere l’indulgenza, soprattutto in questo tempo di Quaresima, per chiedere all’intercessione dei santi e delle sante cui siamo più legati e che ci offrono appunto nell’indulgenza il loro tesoro di amore, di aiutarci proprio su quei punti che nella nostra interiorità abbiamo individuato come cicatrici.
Così la Quaresima in questo giubileo potrà essere realmente un vero cammino di purificazione, un’autentica rinascita, un deciso passo avanti sulla via del Vangelo. Ve lo auguro di cuore.