Martirio, libertà, assoluto di Dio

Sabato 15 marzo 2025, l’arcivescovo Carlo ha presieduto in Cattedrale la solenne liturgia nella festa dei Santi Ilario e Taziano patroni della città di Gorizia. Il rito è stato concelebrato da mons. Štumpf, vescovo di Koper, e dai sacerdoti in servizio pastorale in città.

Celebriamo oggi la festa dei nostri santi patroni, Ilario e Taziano. Si tratta di due martiri. Per secoli i patroni delle chiese e delle città non potevano che essere dei martiri. L’idea soggiacente era molto chiara: il martire è il perfetto cristiano e proprio per questo può essere di esempio per ogni comunità cristiana, cui garantisce la propria intercessione e protezione. Il martire è una persona che dona la vita. Lo fa perché crede in determinati valori cui non vuole rinunciare, valori che considera più importanti della sua stessa vita fisica.

Occorre avere grande rispetto per ogni martire, per chi, uomo o donna, sacrifica la sua vita per un ideale. Ciò non significa però che per il fatto che qualcuno sia disposto a rinunciare alla vita per un certo ideale questo debba essere considerato automaticamente come vero e valido. Si può sacrificare la propria vita, in perfetta buona fede, anche per un ideale non autentico, anzi persino malvagio. Pensiamo, per esempio, a chi si fa esplodere in mezzo a una folla per uccidere con se stesso più gente possibile. Un martire? Certamente. Ma per un ideale giusto? No di certo. Occorre quindi distinguere: si può sacrificare la vita anche per qualcosa che alla fine non risulta essere un autentico valore. Il nostro territorio – dobbiamo riconoscerlo – ha visto tante persone nel secolo scorso, in particolare in occasione delle due guerre mondiali, perdere la vita per ideali che poi si sono rivelati non veri o persino cattivi.

Non è così per il martire cristiano, che dà la vita per essere fedele a Gesù, per amore di Colui che ha offerto la sua vita sulla croce. In termini più generali possiamo dire che egli si sacrifica perché non accetta altro assoluto che Dio. La cosa era molto chiara nei martiri dei primi secoli, dove il cristianesimo avrebbe potuto essere tollerato e, anzi, anche apprezzato dall’impero romano, se, come le altre religioni avesse riconosciuto il primato dell’imperatore: l’assoluto è Cesare! Il cristiano non può accettare questo. Vuole essere un cittadino e un suddito leale ed esemplare, fedele all’imperatore e talvolta persino impegnato ad alti livelli nell’amministrazione dello stato, ma non può mettere nessuno al posto di Dio. Solo Dio è Dio. Non però perché considera Dio come una specie di super imperatore, che governa il mondo con la stessa logica dei regni e degli imperi terreni. Quanto piuttosto perché sa che, solo se Dio è Dio, si può essere autenticamente suoi figli, sua immagine e somiglianza, liberi come Lui. Sì, perché è in gioco la libertà fondamentale dell’essere umano. Paradossalmente il cristiano – come succedeva nei primi secoli – può essere anche uno schiavo (e cercherà di vivere questa sua condizione lealmente e adempiendo fino in fondo i propri doveri, secondo l’insegnamento di Paolo), ma dentro resta libero perché riconosce come unico vero signore solo Dio.

Nei confronti di Dio non si è mai schiavi, ma figli: Dio non è un padrone, ma un Padre, anzi il Padre da cui tutto proviene. Così è stato per il vescovo Ilario e il diacono Taziano, come, prima di loro, per il vescovo Ermacora e il diacono Fortunato e per i tanti martiri di cui la nostra Chiesa madre di Aquileia conserva il nome e la devozione: Canzio, Canziano, Canzianilla, Proto, Crisogono, Anastasia, Tecla, Clemente, Eufemia, ecc.

Martirio, libertà, assoluto di Dio. Vorrei proporre questa triade alla nostra città, anzi alle due città di Gorizia e Nova Gorica, insieme capitale europea della cultura 2025 (e ringrazio di cuore Sua Eccellenza mons. Peter Štumpf, da poco vescovo di Koper-Capodistra al cui territorio diocesano appartiene Nova Gorica, per avere accettato l’invito a essere presente e a concelebrare quest’oggi). Può sembrare fuori luogo questa mia proposta rivolta non alle due comunità cristiane, ma alle due città. Viviamo infatti in un contesto di laicità, che a volte rischia di scivolare nel laicismo, che caratterizza in modo molto forte l’attuale cultura soprattutto nei Paesi dell’Europa centro-occidentale. Eppure, sono convinto, che se, anche al di fuori di un nesso esplicito con la fede, non si recupera il riferimento all’Assoluto, si rischia di mettere in grande pericolo la nostra libertà. Sappiamo che il richiamo a Dio oggi è talvolta utilizzato a sproposito dai potenti di turno e anche da chi cerca appoggio nella religione per interessi politici o, purtroppo, per giustificare guerre e violenze. Ma questo è il vero Dio o non è piuttosto tutt’altro che l’Assoluto, ossia, per usare un linguaggio biblico, un idolo posto a nostro servizio? Se si servono gli idoli, si possono sottomettere gli altri, ma alla fine si diventa sottomessi a propria volta agli idoli che si sono scelti. E non importa se essi sono uno dei tanti “ismi” delle ideologie, che hanno portato a guerre e a sopraffazioni il secolo scorso, o se consistono più banalmente nel denaro che sembra pagare tutto o nel potere per cui non c’è limite di legge.

Forse ricordate che parecchi anni fa, in occasione del rinnovo dei trattati dell’Unione europea, si era molto parlato delle radici cristiane dell’Europa. L’intento, naturalmente, non era quello di rendere l’Europa una Unione confessionale, quanto piuttosto di riconoscere tra i valori fondanti della stessa compagine europea, la fede cristiana, unitamente a quella ebraica e alla cultura classica greco-romana. La proposta non è stata accolta, ma ricordo che – allora ero a Milano vicario generale e vescovo ausiliare – l’arcivescovo di Milano del tempo, il card. Dionigi Tettamanzi, aveva detto che più delle “radici” interessavano i “frutti”. Sono d’accordo: ciò che conta è che ci siano i frutti autentici di quelle radici, anche se esse non sono riconosciute. Tra i frutti, che finora abbiamo sostanzialmente goduto in tranquillità, c’è la libertà, il rispetto della dignità delle persone, il valore della democrazia, la giustizia, la pace. Sappiamo quanto questi frutti sono importanti per noi, qui sul confine.

Ho detto “finora”, perché il mondo sta velocemente cambiando e non necessariamente in meglio. Nuovi imperatori, nuovi poteri, nuovi interessi economici, nuovo disprezzo dei poveri e degli ultimi, persino nuova voglia di guerra rischiano di trovare sempre più spazio nella nostra Europa. Forse tornare alle “radici” sta diventando sempre più necessario.  Tornare alle radici per attingere dalla memoria del passato, di cui il Tesoro della Cattedrale ci offre preziosa testimonianza, e per avere la forza di essere pellegrini di speranza, vivendo il Giubileo come tempo propizio alla fioritura di segni di libertà, perdono, fraternità.

Consapevoli della nostra limitatezza, delle poche forze e risorse, voglio dire che la comunità cristiana di Gorizia comunque c’è e penso di poterlo dire anche a nome della comunità cristiana di Nova Gorica. E vuole collaborare, nello spirito dell’enciclica “Fratelli tutti” di papa Francesco (cui assicuriamo la più affettuosa vicinanza in questi giorni di sofferenza), con tutti coloro che non vogliono rinunciare alla libertà e a tutti quei valori che permettono alle nostre due città di vivere in pace e nella fattiva collaborazione, nonostante le profonde ferite che le due guerre del secolo scorso hanno inferto al nostro territorio. Valori che, senza falsa modestia, ci rendono esempio per tante situazioni in Europa e fuori Europa dove, nonostante tutto, sono avviati faticosi, ma autentici percorsi di giustizia e di riconciliazione.

Naj nam s svojo priprošnjo pomagata Hilarij in Tacijan, mučenca za Kristusa in prav zato pričevalca resnične svobode. Lep praznik vsem.

Che Ilarie e Tazian, martîrs par Crist, e, propit par cheste reson, testemonis de vere libertât, a nus judin cu la lôr intercession. Bunis fiestis a ducj.

Ilario e Taziano, martiri per Cristo, e, proprio per questo testimoni della vera libertà, ci assistano con la loro intercessione. Buona festa a tutti.

+  vescovo Carlo

Foto Fabio Bergamasco

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