La sera di domenica 16 marzo 2025, l’arcivescovo Carlo ha presieduto in cattedrale la liturgia eucaristica nel corso della quale quattro seminaristi del Seminario interdiocesano di Castellerio hanno ricevuto il ministero dell’accolitato. Il rito è stato concelebrato anche dai vescovi di Udine, mons. Riccardo Lamba, e Trieste, mons. Enrico Trevisi.
Quando si vuole bene a una persona, anche nel caso in cui non la si veda per tanto tempo o non la si vedrà più perché purtroppo ormai passata all’altra vita, si conserva nel cuore una sua immagine, una tipica espressione del suo volto, uno sguardo, un sorriso, un pianto o anche un’istantanea, quasi un fermo immagine, in cui ricordiamo la persona in un momento assolutamente particolare. Questo vale anche per Gesù? Se è una persona cara, sicuramente sì. Nessuno di noi lo ha visto, ma sono certo che ognuno di noi lo vede nel suo cuore in un modo del tutto personale, magari con l’aiuto anche di qualche raffigurazione che l’arte ci consegna. Come mi immagino Gesù? Non è una domanda banale, ma dice molto del nostro rapporto con Lui. Vorrei che vi poneste questa domanda, cari giovani che state per essere istituiti accoliti. Che immagine di Gesù hai nel cuore Cristiano? E tu Andrea? E tu Francisco? E tu altro Andrea? E tutti noi qui presenti?
Vorrei rivolgere questo interrogativo in particolare a uno dei protagonisti dell’episodio della trasfigurazione, ossia Pietro. Qual è l’immagine di Gesù che hai conservato nel cuore e che comunichi ai primi cristiani? Stando alla seconda lettera attribuita all’apostolo, si tratta proprio quella sperimentata sul Tabor. Scrive Pietro nel primo capitolo di quella lettera: «vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: “Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento”. Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte» (2Pt 1,16-18). Pietro pensa a Gesù come lo ha visto durante la trasfigurazione. Un momento in cui Gesù è caratterizzato, afferma l’apostolo, da potenza, onore, gloria.
Che cosa doveva servire a Pietro e ai suoi compagni, Giacomo e Giovanni, la trasfigurazione?
Il Vangelo di Luca colloca questo avvenimento tra l’annuncio della passione e l’avvio del viaggio verso Gerusalemme, dove si compirà, per usare le parole dell’evangelista, l’esodo di Gesù di cui parlano Mosè ed Elia. Si comprende il senso dell’episodio: preparare i discepoli, in particolare i tre più vicini a Gesù, al mistero della croce. La voce del Padre, che gli apostoli ascoltano provenire dalla nube, li invita ad ascoltare il Figlio. E che cosa sta dicendo il Figlio ai discepoli, Lui che proprio qualche tempo prima è stato riconosciuto come «il Cristo di Dio» proprio da Pietro in risposta alla domanda «ma voi, chi dite che io sia?». Esattamente che «deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Lc 9,22) e che chi lo vuole seguire deve prendere ogni giorno la sua croce e seguirlo (cf Lc 9,23).
L’evento della trasfigurazione ha raggiunto lo scopo? Pare proprio di no: i discepoli non riescono all’inizio a reggere il peso della gloria di Dio (sono oppressi dal sonno) e in risposta alla voce del cielo non possono che tacere e poi tenere per sé quanto avevano visto sul monte. Quando poi ci sarà il momento della passione, tutti i discepoli ancora una volta si addormenteranno e poi Pietro, che solo segue Gesù, lo rinnegherà tre volte.
La trasfigurazione è stata perciò qualcosa di inefficace e persino di inutile almeno in riferimento allo scandalo della passione? Nell’immediato pare proprio di sì, ma alla luce della risurrezione quell’evento allora non compreso, diventa la chiave per interpretare la croce come la rivelazione della gloria di Dio. Una gloria che non è una favola, ma quella del Figlio che ha compiuto per noi il suo esodo dando compimento alle Scritture rappresentate da Mosè e da Elia. La vera trasfigurazione è la sfigurazione della croce.
Se ci pensiamo, esiste uno stretto legame tra la trasfigurazione e l’Eucaristia. Anche l’Eucaristia si riferisce alla croce, al sacrificio di Cristo che si dona a noi per la nostra salvezza. Lo fa in quanto sacramento che ci mette in comunione reale con Gesù, ma non ancora nella comunione piena della gloria del regno. In un certo senso è come la trasfigurazione che anticipa ciò che avverrà e comincia a rivelarne il senso. L’Eucaristia celebra ciò che è già avvenuto, è un fare memoria ma nell’attesa della sua venuta quando la gloria di Dio sarà finalmente rivelata. Lo ha ricordato Paolo nella seconda lettura, dando concretezza in riferimento a Cristo alla promessa già fatta da Dio ad Abramo: «La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose».
Il ministero dell’accolito pone chi lo riceve in stretto collegamento con l’Eucaristia. In un certo senso è come salire sul Tabor con Gesù per vivere il già del dono di sé per noi e per attendere il pieno compimento della promessa di Dio, di cui l’Eucaristia è l’inizio. Il nostro corpo ora è ancora “misero”, come afferma san Paolo, ma si sta già trasformando a immagine del Corpo glorioso di Cristo proprio perché si nutre di Cristo. Mi piace ricordare quanto scrive a questo proposito un grande padre della Chiesa, Ireneo di Lione: «Come possono alcuni affermare che la carne non è capace di ricevere il dono di Dio, cioè la vita eterna, quando viene nutrita dal sangue e dal corpo di Cristo, al quale appartiene come parte delle sue membra? […] Così anche i nostri corpi, nutriti dall’Eucaristia, deposti nella terra e andati in dissoluzione, risorgeranno a suo tempo, perché il Verbo dona loro la risurrezione, a gloria di Dio Padre» (Contro le eresie, Lib. 5, 2, 2-3). Nutrirci dell’Eucaristia è già l’inizio della nostra trasfigurazione.
Uno dei compiti dell’accolito è essere ministro straordinario della Comunione a favore dei fedeli, in particolare gli infermi. Non è un ministero di poco conto, perché portare l’Eucaristia a chi non può venire in chiesa è offrire a quella persona un nutrimento di risurrezione e proprio nel momento in cui il suo corpo, a causa della malattia o della vecchiaia, è più “misero”. È un grande dono che potete fare.
In riferimento a questo permettetemi di rivolgermi ai sacerdoti, ai diaconi, agli accoliti, ai ministri straordinari della Comunione eucaristica. Grazie per il vostro prezioso servizio ai malati e agli anziani che svolgete a nome dell’intera comunità cristiana. Ma rendetelo ancora più diffuso, non abbiate paura di proporre a quei fedeli che magari fino a non molto tempo prima frequentavano con regolarità la celebrazione eucaristica, di ricevere la Comunione con regolarità grazie al vostro ministero. Ho l’impressione che dopo il Covid le persone si siano più chiuse, siano diventate più restie nel chiedere, magari pensando che basti la Comunione spirituale o forse solo perché non vogliono disturbare. Non deve essere così: fate sentire queste persone parte a tutti gli effetti della comunità cristiana e fate in modo che non siano privi dell’Eucaristia. Ne va della loro progressiva e reale trasfigurazione in Cristo, come della nostra, di noi che abbiamo la grazia di nutrirci di Lui partecipando all’Eucaristia nelle nostre comunità.
+ vescovo Carlo
Foto Ivan Bianchi









