2mila pellegrini da Ljubljana ad Aquileia, la riscoperta delle proprie radici

Foto e articolo: Voce Isontina

2mila. È un numero non da poco, contando che la Basilica di Aquileia, con le limitazioni per proteggere i mosaici e le zone non accessibili, li ha contenuti quasi tutti. Molti sono rimasti fuori, combattendo con la pioggia ma assistendo grazie al maxischermo e alle sedie messe a disposizione già all’alba dall’organizzazione. Sono i numerosi pellegrini che, giunti in macchina o in corriera, hanno effettuato il pellegrinaggio giubilare dall’arcidiocesi di Ljubljana fino ad Aquileia. Una scelta dettata dalla storia e dalla ricerca delle radici, punto di arrivo e di partenza di un discorso ben più ampio legato alla coesione dei popoli e del sentire comune di una Mitteleuropa in grado di riconoscere il fondamento e le basi dell’attuale Europa unita.

Dopo la lectio tenuta da don Karel Bolcina, in una piazza sferzata dalla prima pioggia primaverile, i pellegrini hanno avuto la possibilità di confessarsi prima della celebrazione della santa messa, presieduta dall’arcivescovo metropolita Stanislav Zore OFM, accompagnato dall’emerito Anton Stres e dall’ausiliare Anton Jamnik, e concelebrata dall’arcivescovo metropolita di Gorizia, monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli. “Aquileia è città sintesi della comune eredità culturale e spirituale – così il sindaco, Emanuele Zorino, nel saluto iniziale – noi e voi pellegrini di speranza dobbiamo essere portatori di pace poiché queste terre, che sono terre di pace e di incontro fra i popoli, chiedono che siamo un esempio attivo. Lo dobbiamo essere per il mondo in momento difficile come quello che la nostra Europa sta vivendo, lo dobbiamo essere perché dobbiamo essere esempio, non a parole ma nei fatti. Questo è il Giubileo di speranza”.

“Benvenuti nella nostra Basilica”, ha esordito il presule. “L’aggettivo ‘nostri’ è giusto, perché questa è nostra madre, la nostra casa comune. Qui hanno cominciato ad arare Ermacora e Fortunato che ancor oggi sono i patroni dell’arcidiocesi di Lubiana. Qui Sant’Ermacora insegnava, tanto che la casa editrice cattolica di Gorizia prende il nome da lui, e da qui i pastori hanno portato la fede a nord, oriente e occidente; qui – ancora Redaelli – san Paolino ha cantato l’Ubi Caritas est vera, diventando grande missionario e mandando i pastori fino a Ljubljana e Ptuj. Il suo metodo misericordioso ha permesso che il popolo sloveno conservasse la propria identità. E oggi siete venuti qui come se foste a casa. L’Eucarestia sia un simbolo visivo della nostra comunità e della speranza del paradiso”, ha concluso Redaelli.

Il canto corale di sacerdoti, coro e numerosissimi fedeli, stipati per la pioggia tra le navate e il presbiterio, ha accompagnato l’intera celebrazione. “La nostra presenza nella millenaria basilica di Aquileia in quest’anno santo giubilare è innanzitutto un atto di gratitudine a Dio per l’inestimabile dono della fede, che da questo centro cristiano si è diffusa nei secoli tra il popolo sloveno. Allo stesso tempo, è anche un rinnovare la nostra memoria storica, che ci confermi nella nostra identità di popolo profondamente segnato dalla cultura cristiana. In questa chiesa, al celebre sinodo del 381, partecipò anche il vescovo Massimo di Emona, che insieme agli altri vescovi condannò l’arianesimo, negatore della natura divina di Cristo, secondo il quale Cristo sarebbe la più alta delle creature”, così l’arcivescovo Zore nell’omelia.

“Anche noi, come i pellegrini di un tempo, siamo giunti ad Aquileia in questo anno santo ordinario, nel quale papa Francesco ci ha invitati a un pellegrinaggio della speranza. Il Papa, con l’apostolo Paolo, afferma nella Lettera ai Romani: “La speranza non delude” (Rm 5,5). Perché? Perché la nostra speranza non è legata agli eventi e alle attese, ma la nostra speranza è il Signore Gesù Cristo. I nostri nonni e bisnonni, abbeverandosi all’acqua viva del Vangelo, hanno imparato a pregare, a chiedere e a ringraziare per i frutti del loro lavoro, benedetti da Dio dal cielo. Accanto all’acqua del Vangelo, nelle loro case, spesso umili, hanno posto un angolo sacro, per ricordarsi, dal mattino alla sera, che Dio veglia su di loro, li accompagna e li protegge. Da questo flusso evangelico, che da Aquileia giunse fino a noi, siamo diventati ciò che siamo: cristiani, che ringraziano Dio per la terra che ci ha donato, per la parola con cui lo lodiamo, lo supplichiamo e lo ringraziamo, per descrivere le bellezze della nostra patria e trasmettere la gioia e il desiderio delle nostre anime, ma soprattutto per la sua fedeltà, con cui ci accompagna e ci sostiene nel nostro impegno e nella cura per tutto ciò che ci ha affidato, affinché possiamo esserne degni amministratori”, ha concluso il presule.

A margine della celebrazione don Carlo Bolcina ha ribadito: “Siamo contenti perché la diocesi di Lubiana ha scelto come meta del pellegrinaggio giubilare non Roma bensì Aquileia, che è Chiesa madre anche della diocesi di Emona, l’antica diocesi di Ljubljana: la figlia è tornata a visitare la madre e noi l’abbiamo accolta non soltanto perché figlia ma perché tutti siamo figli della stessa Chiesa e la relazione è scontata tra i cristiani: anche se l’Europa mantiene delle linee confinarie la Chiesa non ne ha”. Dal punto di vista della celebrazione “è stata per tutti noi anche una sfida, un tale numero di pellegrini da gestire non è consueto in Basilica”.

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